Trentasenzalode, alla ricerca di Dio, tra storia e kefir, è il mio sito personale. Io sono Michel Giovannini e il mio motto è: quando internet la ragion contrasta, vince la scemèntia e la ragion non basta.«Siamo ignoti a noi stessi, noi stessi a noi stessi. Questo ha la sua buona ragione. Noi non ci siamo mai cercati... e come potrebbe accadere che un giorno ci troviamo? A buon diritto si è detto che "dove è il tuo tesoro là è il tuo cuore", ma il nostro tesoro è là dove sono gli alveari della nostra conoscenza. Perciò siamo sempre in cammino, come veri animali alati e raccoglitori del miele dello spirito, e ci preoccupiamo di cuore soltanto di una cosa sola... di "portare a casa" qualcosa.» (Federico N.)

Empatia con virus e batteri: l’alcol funziona? Test video in 4k.

03 Dic 2020

Per te che cos’è la vita? S’io penso alla vita a me viene in mente la morte. Il buio d’inferno, il gracchiare dei corvi sopra la piana di Canne, l’urla agghiacciante della truppa che incalza la mitraglia: pam pam pam, conquistiamo Trento e Trieste!

Sono portato a pensarla così perché ho studiato la storia e da un punto di vista storico la vita umana non mi par altro che un continuo susseguirsi di tragedie. Oh, non pensare però che serva accoltellare Giulio Cesare per dire di avere assistito a una tragedia. Tragico è anche il fatto che il dipendente sottopagato che ha assemblato la fotocamera che ci permette di osservare i resti di questo rotifero in decomposizione si scopra giorno dopo giorno sempre più insoddisfatto della propria esistenza… un sospiro di angoscia. Il suo disagio è la mia colpa: il diritto alla felicità umana svanisce laddove comincia il diritto dello sfruttamento capitalista.

Come la faccio drammatica; ho di certo letto troppi pamphlet, mentre la realtà va accettata per il prosaico tomo in folio qual è… come fanno questo chironomide e questa dafnia a titolo d’esempio, i quali se ne impipano di stare al cospetto di un brachionus quadridentatus morto. Uno schifo da evitare? Sūvvia… la morte fa parte della vita.

Il mio disagio è la tua colpa: i sogni di uno youtuber finiscono laddove comincia il diritto di non mettere mi piace a un video come questo.

Nota l’inganno: nella parabola del diritto alla pigrizia ho celato la mia colpa personale attraverso l’attribuzione di responsabilità del male operaio a un’entità vaga come ‘il capitalismo’, ma ciò è sbagliato così come è erroneo ritenere che la ragione dei pochi iscritti a m-microscopio sia dovuta ‘alla gente che guarda solamente cose stupide su internet’ o ‘ai cinesi che mangiano i pipistrelli’, dal momento che i sistemi economici e i gruppi sociali non sono di per sé dei soggetti capaci di compiere degli atti morali responsabili.

Ecco l’oscura trappola (come quella nella quale si è ficcato, tra istinto e volontà, questo sventurato aeolosoma) che ci incastra con lancia e flagrum ai piedi della croce: non è curioso valutare che, sotto l’apparenza dell’umana globale spinta verso la vita, i tuoi sforzi volti a contrastare l’attuale pandemia siano, in realtà, un’ecatombe senza pari nella storia del mondo?

Pensaci la prossima volta che partecipi al pacato rito della sanificazione delle mani all’entrata di un qualunque esercizio commerciale: a te par niente, ma nel mentre lo fai migliaia e migliaia di microbi che vivono più o meno pacificamente sulla tua pelle vengono fatti a pezzi dalle più disparate soluzioni a base alcolica. Fortunatamente per loro però, spesse volte lo spruz spruz nulla sacrifica sull’altare della igiene globale. Invero, se è un fatto che l’etanolo (diluito nelle giuste proporzioni) sia in grado di rompere la membrana lipidico-proteica di virus e batteri, noi non possiamo essere certi che l’esercente del bar di sfiducia sotto casa ricarichi il suo sudicio dispenser con un qualcosa di realmente efficace.

> MA CHE MI STA DICENDO CHE STAI DALLA PARTE DEL VIRUS?

Un’ecatombe, dicevamo… beh, dal mio punto di vista questo è! Per me che sono vegetariano – e quindi odiosamente portato a riconoscermi in maniera empatica rispetto agli altri membri dell’ecosistema Terra – questo è un massacro dal momento che considero vivo e simile a me tutto ciò che cerca, alacremente, di tirare a campare.

> MA CHE MI STAI DICENDO CHE TI METTI SULLO STESSO PIANO DI UNA COSA MINUSCOLA COME QUELLA?

Forma o sostanza disuguale dalla mia che sia… a livello teoretico sì! Ed è inutile che storci il naso. Ognuno ha, dentro di sé, una scala di valori, capricci e priorità che fa dire «questo merita più di quest’altro». Donde ti viene l’idea che il mio più non sia degno d’esser tale

Capiamoci! Io riesco pragmaticamente a riconoscere il superiore valore qualitativo potenziale di un essere umano istruito rispetto a questo bellissimo paramecio rincoglionito, a una formica, un fagiano, un Carlino e avanti così sino alla forma di vita che più si avvicina a ciò che onori essere degno d’appartenere al gruppo superiore di cui – guarda caso – fai parte… ciononostante io proprio non ci riesco far spogliare di cotenna un maiale solo perché è buono arrosto, a rimpinzare un’oca perché do ut des, così come a punire una zanzara solamente perché vuole pungermi. Io non voglio attribuire un diverso valore a chi mi è altro unicamente in base al naturale regno di appartenenza, ovvero etichettare chicchessia come “inferiore” esclusivamente perché non in grado di difendersi o di protestare in tribunale…

Questo stentor, privo della capacità di agire per il diritto civile, nulla può contro di me mentre io posso tutto: mi basterebbe un niente per insegnargli chi è che comanda… basterebbe premere un po’ più forte il vetrino per schiacciarlo… farlo schizzare… ma perché dovrei farlo? È lui che educa me! Vedi le bollicine che gli escono dal corpo? Questo piccolo organismo, attraverso il vacuolo contrattile, è in grado di pompare fuori da sé l’acqua in eccesso ed evitarsi così una fine esplosiva. Come dovrei fare io con la bile, ogni qual volta sento qualcuno blaterare: «eh, ma mangiare carne è indispensabile.»

Comunque complimenti a me! Questa inquadratura è in grado di rappresentare la triste poesia del limes di tanti esseri viventi al mondo, in bilico tra il qui e il lì a causa di un’umana società ipocrita che non ha interesse a riconoscere come vivo ogni altro ipotetico sé che – diciamocelo – se la prenderebbe a male a crepare a causa della gola altrui.

Il mio però – è bene dirlo – è un sentimentalismo che lascia il tempo che trova perché io non sono scevro di colpe. Ma chi lo è? Anche chi segue pedissequamente il precetto divino di usare come cibo tutto ciò che vive e si muove sulla Terra, alla fine della biblica concessione, questo vermetto, un cane, il mio vicino di casa arrapato o un panda non li mangerebbe nemmeno sotto tortura. In verità, la verità ti dico: non c'è alcuna cultura della cultura.

Oh, senza volontà di apparire come lo spocchioso fanatico ch’io sono: so bene che anche l’animo più candido del mondo, Ser Ciappelletto epurato dalla fandonia, non si farebbe scrupoli a schiacciare chicchessia nel tentativo di scappare da un velociraptor affamato. La questione è l’onestà intellettuale nel mentre lo si fa, per questo è d’uopo la domanda che galleggia nella latrina del Bianconiglio, là dove la forza dell’ideologia mi si fa tana: se igienizzarsi le mani con dell’alcol non è un atteggiamento che classifichi come criminale, perché Auschwitz un crimine lo è stato?

Capiamoci! Prova a comprende la mia orrida ironia: anni fa ho trovato a terra un rondone ferito… questo che vedi è il video a 480p che ho caricato al tempo su YouTube… beh, oltre a queste dolci carezzine io poco potevo fare e così lo ho affidato alle cure di un’associazione denominata ‘Liberi di Volare’. Qualche settimana dopo, nel chiedere notizie, son venuto quindi a sapere che un rondone non si ciba di pane e semi, cioè di quel che per mezza giornata avevo cercato di somministrargli io, ma di grilli… grilli che in quei giorni a strafottere gliene sono stati somministrati!

Capisci? Comprendi l’assurdità del concetto di bene in un mondo nel quale niente si crea e niente si distrugge? Io mi son sentito felice di aver salvato una vita facendone implicitamente terminare delle altre… centinaia di altre dal momento che “Liberi di Frinire” non è ancora una realtà.

Ecco… così come quest’esempio sfida il comune intendere le cose, tu che solchi una linea tra ‘esseri umani’ e ‘ciò che uccidi lavandoti le mani’ non fai altro che sfidare la proprietà transitiva dell’uguaglianza allorquando non ti riconosci come un nazista nel mentre perpetua una qualche strage in giro per l’Europa.

Sī, lo so che fa male sentirlo, che mi reputi un idiota e che hai un mantra nel cervello che ti ripete «non faccio niente di male a mangiare una bistecca perché gli uomini son uomini mentre gli animali sono animali… i microbi sono microbi… i tedeschi son tedeschi… sieg heil! sieg heil! sieg heil!» e anathema sit su chi dice il contrario, ma cerca di farti arcobaleno considerando la contraddizione del proclamarsi “giusti” in un mondo nel quale anche solo comprare una fotocamera ha delle implicazioni morali mica da ridere!

Seguimi nel ragionamento: se il mio affermare la fraternità universale (tra uomini, animali, batteri e virus) ti sembra un qualcosa di eccessivo, prova a valutare con precisione il livello della tua inconfessabile ipocrisia sul sito moral machine… è un innocente giochino filosofico che, pensando alle variabili di valore da impostare in un ipotetico programma di guida autonoma in caso di incidente imminente, ti permette di valutare dove sta la tua personale responsabilità nel magico mondo del male!

… e quindi si arriva alla terribile vignetta in cui la macchina, in caso di incidente imminente, deve decidere se investire un bambino bianco o un bambino nero; da una parte c’è quello che diverrà un idiota che parlerà a vanvera della vita, dell’etica, della microbiologia… mentre dall’altra parte c’è… oh, oh, oh, chi salveresti tu?

Nah, non me la prendo. Non ti preoccupare! So bene che un individuo non inventa la propria cultura, ma che l’acquisisce. Non si nasce teste di cazzo, lo si diventa.

Ecco! È in questa sospensione etica che dobbiamo provare a galleggiare nel mentre valutiamo quegli stronzi di esercenti che, in epoca di pandemia, ci propinano delle soluzioni igienizzanti annacquate.

Il tuo disagio è la mia condanna: i miei sogni di youtuber finiscono laddove comincia il tuo disinteresse nell’iscriverti a un canale come questo.

Prolegomeni ad ogni pedanteria futura che vorrà presentarsi come intrattenimento

04 Mag 2020

No, non è un’opera di Hokusai o di qualche altro maestro d’arte giapponese. L’immaginazione è solo un pallido riflesso della percezione: questa è la microfotografia di un aeolosoma, un vermetto che vive un po’ ovunque negli stagni della Terra, là dove ogni infinitesima parte di centimetro cubo di spazio racchiude un minuscolo ecosistema in grado di stupire, commuovere e terrorizzare.

Di più; ti confesso che a fissare l’invisibile a me pare proprio di sentirlo bisbigliare: «uè, ma chi è stato? Madonna quanto ho mangiato… quando internet la ragion contrasta, vince la scémentia e la ragion non basta».

Sul vetrino di un microscopio non sempre s’incontrano esserini così ben disposti al dialogo. Nello stato d'incoscienza nel quale vengono rapiti, infatti, generalmente, questi si trovano febbrilmente impegnati a perseguire il fine ultimo verso cui tutti noi necessariamente tendiamo: mangiare. Il folclore semplifica le differenze: c’è chi infila la testa nell’intrico di un bosco d’insalata e c’è chi invece l’insalata se la coltiva nella pancia.

Noi non possiamo dire quale sia la strategia migliore, dal momento che quando si ha fame quel che conta è semplicemente ottimizzare le risorse. In questo senso, per quanto io non abbia mai assistito a un vero e proprio scontro di civiltà microbiologiche, nel competitivo venire ai ferri corti con l’esistenza è meglio avere mobilità a dispetto di un maggior dispendio energetico oppure il contrario?

Per questo paramecio bursaria, che vive un’esistenza mutualistica con la clorella, cioè con l’alga che in endosimbiosi si lascia coltivare al suo interno, il meglio è la via di mezzo: mobilità, sì, ma senza strafare. Dall’altra parte della sala da ballo di Darwin c’è poi questo protozoo il cui motto potrebbe essere «abbasso gli orari e a morte il tempo». Nel presente colloca i suoi fini e in esso li proietta. È così poltrone che l’utente medio di YouTube in mutande sul divano, a confronto, è la voglia di fare in sé! Oh, questo detto senza alcuna accezione negativa. Infatti, questa vorticella è efficiente come pochi nel fare quello che fa… non è affascinante pensare che abbia trovato il modo di procacciarsi il cibo senza nemmeno lo scomodo di andare al supermercato?

Ah, a proposito! Quando ho assistito all’escalation d’acquisti che mi ha portato a comprare microscopio, reflex, lenti, mille-euro-in-meno-sul-conto, adattatori, microfoni, eccetera, io avevo una domanda che mi frullava per la testa, nel mentre lavavo le mani in maniera compulsiva al ritorno dalla ‘apocalittica spesa ai sensi del DL 17/04/20 numero 18 e successive modifiche’: quanto dura il coronavirus su di una scatola di biscotti esposta sullo scaffale di un supermercato dopo che qualcuno ci ha educatamente starnutito sopra?

Ecco; io mi sono avvicinato alla cosa così, con la spensieratezza tipica di chi sfoglia per due volte tutto il menù in pizzeria salvo poi ordinare la stessa cosa da vent’anni. Nessun assolutismo: tutto è solamente una questione di prospettive. Nella microbiologia basta poco per meravigliarsi, stupendosi come uno stupido, magari esclamando «oh, che carino, piccolo piccolo», per poi subito dopo rendersi conto che «madonna santissima cosa diavolo è quella cosa immensa là». Insomma - oh, ma ha le zampine! - le cose hanno senso fintanto che si possiede un’elastica scala mentale in grado di paragonare la dimensione di un virus a quella di un biscotto; hanno senso cioè se, a livello concettuale, si riesce a comprendere il differire di senso che una farfalla dà all’esistenza rispetto a chi è stato educato a schiaffi e Kant.

Se nel nostro viver quotidiano con una banana l’immensità possiamo misurare, qui è tutto un effimero multi piano che a stento si riesce a focalizzare. Sì, diciamocelo, io non avevo ben chiaro quanto grande fosse l’ignoranza che si cela dietro al mio roboante titolo di dottore magistrale in scienze storiche e filosofiche… ma come novello Galileo che punta il telescopio in una parte del cielo senza stelle e che, grazie allo strumento, trova ‘nove stelle’, guardando il deretano di una larva di chironomide io ho capito il senso delle cose: ‘vedere le cose piccole’ e ‘cogliere l’invisibile’ non sono la stessa cosa. Infatti, questo video è solamente un timido esperimento volto a rendere palese che non importa quanto spendi per i tuoi strampalati progetti da videomaker, poiché ci sarà sempre qualcuno (o qualcosa) in grado di farti presente che non hai speso abbastanza!

Ecco il senso sconsolato del mio rosicare: le vorticelle, ancorate alla vita come Plutone al culo di Proserpina, il cibo se lo introiettano dentro generando con le ciglia una corrente d’acqua continua (cioè un vortice) che devia all’interno tutto ciò che di piccolo passa nei loro pressi. Quando sei grande appena 0,02 mm il sopravvivere non è però solamente strafogarsi di briciole di biscotti. In caso di necessità come puoi affrontare i perigli che la vita t’impone? Beh… nonostante quello che ho speso per osservare l’invisibile, lo stelo retrattile si muove così fulmineamente che la mia fotocamera in grado di registrare a 60 fps non ne riesce a catturare il movimento. Seicento euro intrappolati in un frame!

E il coronavirus? Beh, i virus ho sempre saputo che non si riescono a vedere con un microscopio ottico; ‘Siamo fatti così’ qualcosa mi ha insegnato. Anzi, di più! Ti confesso che la causa latente che mi ha spinto all’acquisto dell’ambaradan che mi ritrovo in salotto, se così si può dire, è proprio figlia della volontà di vedere se siamo realmente fatti così, cioè se è vero che siamo quel gran miscuglio di cose che il cartone animato mi ha dato da intendere quando ero bambino.

Venuta meno l’illusione che mi ha indotto a credere sino all’adolescenza che dentro alla testa ci siano fabbriche e omini parlanti… vediamo di mettere subito un asterisco alla mia – e forse tua – concezione dell’esistenza: in questo gran guazzabuglio che hai davanti agli occhi, che è una semplice e apparentemente cristallina goccia d’acqua del fiume Natisone, che cosa reputi vita e cosa vita non è? A livello classico, lasciando stare le farneticazioni antropocentriche o le classificazioni includenti che dividono il tutto in maniera dualistica tra forme di vita eucariote e forme di vita procariote, da Aristotele alla Casalinga di Voghera c’è sempre stata una divisione abbastanza netta tra regno animale e regno vegetale. Per quanto la questione abbia già turbato i sonni dei filosofi di epoca moderna dopo il rinvenimento della Mimosa Pudica nelle appena “scoperte” Americhe, confesso di sentirmi alquanto imbarazzato nel definire questa piccola alga come una semplice pianta… sì, è un’alga! Davanti a te c’è una struttura vegetale che si muove in maniera – pare a me – senziente. Dico troppo? Dico qualcosa di impossibile o solo di incredibile?

Capisci quante riflessioni si possono escogitare esaminando della semplice impercettibile polvere sulla tensione superficiale di una goccia di rugiada? Io ho comprato il microscopio perché volevo vedere sangue, spermatozoi e le “cose” che fanno fare le bolle al mio kefir… chi avrebbe mai pensato che della semplice “insalata” potesse essere così interessante? Seguimi nel ragionamento: nella franca dichiarata avvedutezza di essere uno che ha conseguito un titolo accademico in biologia su Google, perché non dovrei rendere pubbliche queste onerose osservazioni che a me fanno tanto pensare?

«Quanto più uno è ignorante tanto più è audace e pronto a scrivere» mi direbbe Spinoza. ‘Sti cazzi Baruch! Senza bisogno di troppa didascalica competenza, il mio intento è di fare, con semplicità, di ogni invisibile un’immagine e di trasformare il piccolissimo in un luogo privilegiato per l’intelletto umano… sii, lo so che sto esagerando, ma l’hybris lo ho già superato esperendo ciò che non m’è dato di vedere naturalmente, perché doveri limitarmi? Lasciati andare con me, guidati solamente dall’estetica sicura che delle immagini in Ultra HD oggigiorno possano garantire...

Ecco, altro da dire adesso non ho. Nel salutarti e nell’invitarti a tornare qui, di tanto in tanto, se lo vorrai, ancora qualche istante di filmato, senza aggiungere alcunché, dal momento che – in fondo – che altro c’è da dire?

«Seicento euro».

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando...

05 Lug 2019

La disuguaglianza che pervade il mondo intero esiste anche là dove si sta meglio. Dopo molti anni di atroce disoccupazione, nonostante io sia scolasticamente iperformato, e poi di precariato, finalmente - a quarant'anni suonati - ho trovato la stabilità lavorativa e, di conseguenza, la tranquillità economica. Un qualcosa di incredibile che in molti però ancora agognano.

La disuguaglianza economica è un'ingiustizia colossale perché chi è povero non è soltanto povero ma anche un cittadino dello Stato, al di là di ciò che in Italia vanno blaterando dal loro interessato status quo i detrattori del reddito di cittadinanza. Chi è povero è un cittadino a cui è stato assegnata dalla società un'umanità inferiore. I diritti dell'uomo moderno, elaborati dai frustrati avvocati della metafisica borghese, sono soltanto i diritti dello sfruttamento capitalista.

Tuttavia questa è un'altra storia. Io ho creato questa pagina nel tentativo di non dimenticare che cosa voglia dire andare a fare la spesa senza essere sicuri di avere abbastanza soldi per comprare tutto ciò di cui si ha bisogno... 😞

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando smetti di contare le monete che hai in tasca prima di entrare in supermercato.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando smetti di contare le monete che hai in tasca prima di entrare in supermercato.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ti porti sempre dietro, nel portafoglio, un biglietto dell'autobus (per quanto tu non prenda un autobus da tempo immemore) perché, in cuor tuo, sai che 'non si sa mai'.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ti porti sempre dietro, nel portafoglio, un biglietto dell'autobus (per quanto tu non prenda un autobus da tempo immemore) perché, in cuor tuo, sai che 'non si sa mai'.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando giri gli occhi verso l'alto quando senti qualcuno bestemmiare di 'patrimoniale' (con la pronuncia della P rigorosamente sputacchiante tipo lanzichenecco ubriaco).

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando giri gli occhi verso l'alto quando senti qualcuno bestemmiare di 'patrimoniale' (con la pronuncia della P rigorosamente sputacchiante tipo lanzichenecco ubriaco).

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando getti entrambi i calzini se scopri di averne uno bucato.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando getti entrambi i calzini se scopri di averne uno bucato.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando non ti viene più un coccolone quando, non aspettando alcun pacco Amazon, qualcuno ti suona con insistenza il campanello di casa.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando non ti viene più un coccolone quando, non aspettando alcun pacco Amazon, qualcuno ti suona con insistenza il campanello di casa.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando decidi di farti il Telepass.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando decidi di farti il Telepass.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando scrivi online cose che son reali e non solo immaginifiche.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando scrivi online cose che son reali e non solo immaginifiche.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ritieni necessario possedere una asciugatrice, dal momento che poggiare i vestiti vicino ai termosifoni ti par pratica barbara e poco salutare.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ritieni necessario possedere una asciugatrice, dal momento che poggiare i vestiti vicino ai termosifoni ti par pratica barbara e poco salutare.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando di dai agli sport invernali.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando di dai agli sport invernali.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ricevere uno sconto ti dà noia.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ricevere uno sconto ti dà noia.

Sei fuori dall'indigenza economica quando ti fai un paio di scarpe Camper.

Sei fuori dall'indigenza economica quando ti fai un paio di scarpe Camper.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ti fai Spotify Premium.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ti fai Spotify Premium.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando spendi 40.000 lire per un collirio.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando spendi 40.000 lire per un collirio.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando le briciole di biscotti non ti paiono più un qualcosa da non sprecare e getti la confezione finita (quasi finita?) con nonchalance, alla faccia dei proverbiali poveri bambini in Africa che il cibo non si spreca mai.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando le briciole di biscotti non ti paiono più un qualcosa da non sprecare e getti la confezione finita (quasi finita?) con nonchalance, alla faccia dei proverbiali poveri bambini in Africa che il cibo non si spreca mai.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando spendi 20€ per un dolce artigianale.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando spendi 20€ per un dolce artigianale.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ti fai l'apparecchio odontoiatrico di Billie Eilish.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ti fai l'apparecchio odontoiatrico di Billie Eilish.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando smetti di comprare decadimenti di forma da poracci e punti direttamente alla cavallinità.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando smetti di comprare decadimenti di forma da poracci e punti direttamente alla cavallinità. 🚀🚀🚀

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando frequenti gente che si compra borse griffate Sergio Tacchini.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando frequenti gente che si compra borse griffate Sergio Tacchini. 😜

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando a un mercatino compri a 3 euro un oggetto dalla funzionalità oscura.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando a un mercatino compri a 3 euro un oggetto dalla funzionalità oscura.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando in famiglia si beve la Coca-Cola in bicchieri Napoleon.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando in famiglia si beve la Coca-Cola in bicchieri Napoleon.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando 15 euro per un litro di olio ti paiono proletari e passi al livello 15 euro per 250ml di aceto balsamico.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando 15 euro per un litro di olio ti paiono proletari e passi al livello 15 euro per 250ml di aceto balsamico. 🤳

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando quando misurare la temperatura in casa diviene un affare matematico.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando quando misurare la temperatura in casa diviene un affare matematico.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ripari una rottura imprevista della tua autovettura senza chiedere aiuto a Findomestic Banca.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando ripari una rottura imprevista della tua autovettura senza chiedere aiuto a Findomestic Banca. 🤣

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando un commento su di un post nel tuo profilo Facebook ti dà l'idea di creare una pagina, con leggerezza dal momento che di fare l'influencer non te ne frega assolutamente niente.

Capisci di essere fuori dall'indigenza economica quando un commento su di un post nel tuo profilo Facebook ti dà l'idea di creare una pagina, con leggerezza dal momento che di fare l'influencer non te ne frega assolutamente niente. lol

In aggiornamento... =)

Vita di Lodovico

01 Mar 2018

La fine della cosmologia tolemaica.
Atto unico attorno alla stella nova del 1604.
2018 > Acquista 'Vita di Lodovico'.

Copertina de 'Vita di Lodovico'

Nel cielo appare una supernova; tuttavia, siamo nel Seicento e di supernove non si è ancora sentito parlare. Per giustificare l’impalcatura di un mondo che non vede di buon occhio le novità, il filosofo Lodovico Delle Colombe scrive un trattato con il quale tenta di salvare tradizione e apparenze.

Il galileiano Alimberto Mauri ha però un altro modo di concepire quel mondo, tanto d’ardire di far stampare un testo in grado di metterlo in discussione. Screditate le fondamenta del proprio pensiero, il Delle Colombe la prende sul personale; si indigna e si convince che tutti i suoi problemi derivino dal – non ancora all’Indice del libri proibiti – De revolutionibus di Copernico.

Lodovico, nella volontà di rendere eretica qualsiasi argomentazione in grado di confutarlo, riesce dunque a farsi combinare un incontro con l’aiutante del cardinale Scipione Caffarelli Borghese, prelato a Roma che – tra una cosa e un’altra – è il nipote di papa Paolo V. Il suo piano assumerà però una piega inaspettata.

A gestire la vicenda, un’ingenua e intraprendente prostituta... vera protagonista di questa Vita di Lodovico.

Accademie e astrologia

30 Set 2014

Ambiente culturale e relazioni erudite attorno a Pompeo Caimo (1568 – 1631), tra Udine e Roma.
2014 > Acquista 'Accademie e astrologia'.

Copertina de 'Accademie e astrologia'

Il presente lavoro è stato concepito attorno alla figura di Pompeo Caimo (1568 – 1631), un nobile medico udinese vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento. La ricerca è stata limitata alla sua giovanile partecipazione a un sodalizio culturale nominato dei Siderei, precedente a quello più noto degli Sventati, e alla sua successiva produzione medico-astrologica, ricca di spunti riguardo al grande dibattito astronomico in corso in quegli anni in Europa.

Dopo aver esposto il complessivo quadro delle accademie di Udine di quel periodo, dai due poco documentati sodalizi degli Ermafroditi (1559) e degli “Accademici Udinesi” (1560) sino a quelli più conosciuti degli Sventati (1606) e dei Concordi (1609), si è portato alla luce un inedito documento in grado svelare un ulteriore progetto culturale udinese concepito attorno al 1594-1595. Un progetto, associato a una già attestata connessione di persone, emerso dalle carte di un processo formale intentato a un certo Giuseppe Trento: un giurista incriminato a causa di alcune sue affermazioni al limite dell’eterodossia, tratte da alcuni testi di Pico della Mirandola, sulla cabala e sui santi.

Riguardo a questa nuova accademia, sono state proposte alcune ipotesi che ne possono giustificare la scomparsa: un silente epilogo capitato anche ai sopraddetti sodalizi cinquecenteschi. Se per gli Ermafroditi tale fine sembra essere stata la conseguenza della morte del mecenate, per gli accademici del 1560 sembra invece che la cessazione della loro attività culturale sia da ricondursi a un’imposizione esterna. Invero, così come i Siderei, questi si sono trovati coinvolti in un processo inquisitoriale intentato contro un frate domenicano reo di avere proposto un ciclo di lezioni accademiche su Petrarca e l’astrologia (matematica).

È proprio quest’ultima tematica ad avere animato l’ultimo capitolo del presente lavoro, il leitmotiv dell’intera ricerca. Infatti, dal momento che Pompeo Caimo ebbe modo di confrontarsi con alcune interessanti questioni di natura scientifico-astrologica, pertinenti alla sua professione medica, attraverso la trascrizione della sua produzione oroscopica si è tentato di mettere in risalto la sua conoscenza teoretica, sebbene ancora inserita in una scricchiolante impalcatura aristotelica, rivelatasi all'avanguardia rispetto a quelle normalmente possedute da un qualsiasi «astrologastro» del suo tempo.

Pompeo Giustiniani

24 Nov 2011

Maestro di campo della Venezia del sospetto.
2011 > Acquista 'Pompeo Giustiniani'.

Copertina de 'Pompeo Giustiniani. Maestro di campo della Venezia del sospetto'

Un conflitto incredibile quello divampato tra Graz e Venezia tra il 1615 e il 1617. Una guerra – esaminata, in questo contesto, prevalentemente da parte della Repubblica – voluta per talmente tante ragioni da rivelarsi inevitabile. Innanzitutto: quale fu la causa scatenante? Più d’una, una sola formale e certa: i pirati cristiani uscocchi e la loro personale guerra santa contro il Turco. Sì, ma non solo. La signorìa del golfo, ovvero la libertà/non libertà di navigazione in Adriatico, rivendicata una dai veneti e l’altra dagli arciducali. Inoltre, il proponimento della città lagunare di svincolarsi dall’accerchiamento dinastico degli Asburgo, l’ambizione del duca di Savoia e la guerra di corsa del viceré di Napoli. E ancora Gradisca, Marano, Palma, ecc, fu una questione di confine, politica, di prestigio personale, danaro o che altro ancora?

In questo breve saggio storico è stata trattata la guerra di Gradisca e i fatti che l’hanno generata; l’organizzazione militare della Serenissima – dalle guerre d’Italia alla guerra di successione di Mantova – e, naturalmente, alcuni momenti della vita del maestro di campo Pompeo Giustiniani: mercenario genovese – megalomane e sicuro di sé, a ragion veduta, dopo ventisei anni di stimato servizio alla corte di Spagna – il quale pretendeva solamente onore. Onore però che al campo veneto non gli venne tributato. Infatti, per quanto apprezzato dai comandanti civili, i suoi subordinati si dimostrarono restii a considerare sul loro medesimo piano – figuriamoci al di sopra! – un “non veneziano” che dal senato non riusciva a ottenere una patente di riconoscimento: un semplice, quanto rilevante, pezzo di carta che ne imponesse l’autorità ai sottoposti.

Pompeo Giustiniani morì al servizio della Repubblica – così come suo padre e suo zio prima di lui – stimato – anche da chi lo fronteggiava – eppure abbandonato; incastrato nei meccanismi di una Venezia del sospetto che non poteva concedere a nessun capitano l’onore e onere di essere considerato «supremo».